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Netflix
Recensione

«Apex»: Charlize Theron contro l'inferno australiano

Luca Fontana
8/5/2026
Traduzione: Nerea Buttacavoli

«Apex» è attualmente in testa alla classifica dei film su Netflix. Questo forse dice più sul nostro desiderio collettivo di una scarica di adrenalina veloce che sulla qualità del film stesso.

Questa recensione non contiene spoiler. Non svelerò più di quanto è già noto e visibile nei trailer. «Apex» è disponibile su Netflix.

Baltasar Kormákur non è un regista alla ricerca di originalità, ma di emozioni forti – e le trova nei suoi film. Con «Everest», un film drammatico sull'alpinismo con un cast stellare, nel 2015 ha dimostrato di saper trasformare scenari reali e pericoli concreti in un'opera cinematografica che ti prende e non ti lascia più andare.

Con «Apex» fa la stessa cosa, ma in modo più conciso e diretto, e questa volta non sulla montagna più alta del mondo, ma nel bush australiano. Chi sa questo, sa anche cosa aspettarsi: nessuna sorpresa nella trama o nella struttura narrativa, ma una maestria che non delude.

Di cosa tratta «Apex»

Sasha (Charlize Theron) è un'alpinista e un'amante dell'adrenalina: il tipo di persona che scala pareti rocciose che solo a guardarle fanno venire le vertigini. Dopo che il suo compagno Tommy (Eric Bana) ha perso la vita durante una spedizione di arrampicata sulla famigerata Troll Wall in Norvegia, lei si ritira in Australia per allontanarsi dal proprio trauma.

Alla ricerca della prossima scarica di adrenalina, un ranger del parco la avverte in una stazione di servizio isolata: in quella zona le persone scompaiono senza lasciare traccia, non si ritrovano nemmeno i cadaveri. Come se avesse ricevuto un segnale, entra in scena Ben (Taron Egerton), un abitante del posto che vende beef jerky fatto in casa nelle stazioni di servizio e descrive a Sasha la strada per un posto particolarmente isolato. Sasha non se lo fa ripetere due volte.

Quello che lei non sa è che quel posto è il terreno di caccia personale di Ben – e che la sua preda non sono gli animali. Quello che segue è un gioco del gatto e del topo nella natura selvaggia australiana. Il film non ha bisogno di una trama più complessa e non la vuole nemmeno. Un film della durata di poco più di 90 minuti non potrebbe comunque reggerne una più articolata.

Kormákur, l'artigiano

Il complimento più grande che posso fare a «Apex» è che si tratta di un film di serie B con un budget da film di serie A. In altre parole: il regista Kormákur non perde tempo in autoriflessioni o in approfondite descrizioni dei personaggi. Il film parte da una premessa e la porta avanti fino in fondo. Nessuna digressione, nessun livello metaforico, nessun'ambizione di essere qualcosa di più di un thriller ben fatto. Ma cavolo, questo film è davvero bello da vedere.

Me ne accorgo già nei primi minuti, prima ancora che Ben faccia la sua comparsa. Kormákur crea un senso di disagio attraverso i cacciatori sudati alla stazione di servizio che importunano Sasha, attraverso la claustrofobica angustia di una cittadina di provincia e attraverso la sensazione che l'alpinista in lutto sia fuori posto fin dall'inizio. L'atmosfera è perfetta.

Per ora sembra una normale avventura, ma l'apparenza inganna.
Per ora sembra una normale avventura, ma l'apparenza inganna.
Fonte: Netflix

Per non parlare della location. «Apex» è stato girato nel Nuovo Galles del Sud, e si vede: paesaggi sconfinati ripresi dall'alto, rocce vere, bush vero, acqua vera. Laddove compaiono effetti speciali – come quando la telecamera segue Sasha mentre si lancia a capofitto giù da una scarpata – sono integrati in modo così naturale che devo guardare molto attentamente per rendermene conto.

Kormákur lo ha già dimostrato in «Everest»: non vuole limitarsi a simulare il pericolo, ma vuole letteralmente catturarlo con la telecamera. In un'epoca in cui le produzioni in streaming preferiscono farci fissare schermi verdi piuttosto che affrontare i costi, le difficoltà e la logistica di una complessa ripresa nel bel mezzo del bush, questo non è affatto scontato.

Apprezzo che non si è badato a spese logistiche per mandare un'intera troupe cinematografica nel bush.
Apprezzo che non si è badato a spese logistiche per mandare un'intera troupe cinematografica nel bush.
Fonte: Netflix

Ciò che il trailer non mostra è che, a tratti, «Apex» è decisamente più duro di quanto ci si aspetti. La classificazione FSK 16 non è casuale. Ci sono momenti che sembrano più un film dell'orrore che un thriller di sopravvivenza; scene che mi hanno fatto rabbrividire – non me lo aspettavo dopo l'innocua campagna di marketing. Kormákur non si è trattenuto. Figo.

Il problema si chiama Ben

Taron Egerton è uno dei miei attori preferiti degli ultimi anni, e non lo dico alla leggera. Dopo aver sfondato con i film della serie «Kingsman», ha dimostrato una versatilità senza pari: da «Rocketman» a «Eddie the Eagle» e «Tetris», fino a «Black Bird» e, più recentemente, «Smoke». Un tipo che mi fa sempre piacere vedere in TV o sul grande schermo.

Avrei voluto scrivere che non è così innocuo come sembra, ma è chiaro: guarda cosa porta in spalla.
Avrei voluto scrivere che non è così innocuo come sembra, ma è chiaro: guarda cosa porta in spalla.
Fonte: Netflix

In «Apex», però, mi ha lasciato un po' perplesso. E non perché la sua interpretazione non sia valida – anzi. Nelle parti finali del film, quando Ben mostra il suo vero volto e la trama richiede proprio questo, Egerton è semplicemente fantastico. Il problema è all'inizio.

In un primo momento, Ben deve dare l'impressione di essere una persona di cui forse non ci si fida del tutto, ma alla quale si apre comunque la porta. Invece, fin dalla prima scena emana un'energia che fa scattare tutti i campanelli d'allarme. Non «particolare ma comunque affascinante», ma fondamentalmente inquietante. È un uomo che vende beef jerky «fatto in casa» nelle stazioni di servizio e che sventola così tante red flags che è meglio dirigersi subito lontano da lui e verso la prossima cittadina.

Non c'è dubbio: i due se le danno davvero di santa ragione.
Non c'è dubbio: i due se le danno davvero di santa ragione.
Fonte: Netflix

Sarebbe perdonabile se Sasha fosse un personaggio che non coglie questi segnali. Ma non è così. Lei analizza i rischi, valuta le situazioni – è questa la sua ragione di vita. Il fatto che proprio lei ci caschi con Ben non è credibile. La sceneggiatura la costringe a un'ingenuità che non le si addice.

Insomma, se all'inizio Egerton avesse avuto anche solo un briciolo di quella apparente normalità che contraddistingue personaggi simili nei thriller migliori, la trappola avrebbe funzionato. Invece, in quei momenti la sceneggiatura tratta Sasha come se fosse una semplice turista e non l'avventuriera esperta che il film aveva precedentemente descritto.

In breve

Coinvolgente quanto basta

«Apex» è in testa alla classifica Netflix. Non c'è da stupirsi: Kormákur non gira un film che rimane impresso nella mente negli anni a venire, ma uno che si guarda senza mai sbirciare l'orologio.

Theron è la persona giusta per questo ruolo: non ha bisogno di lunghi monologhi per mostrare chi è Sasha. Basta uno sguardo, un gesto, e sei già dalla sua parte. Egerton, invece, interpreta un uomo che inquadri subito – purtroppo proprio in un film che vive di incertezze e intenzioni velate. Detraggo punti per questo.

Ciò che resta è la consapevolezza che una trama sottilissima, che offre pochissime sorprese, non è un problema purché abbia una cornice avvincente – e non duri troppo a lungo. 97 minuti, per essere precisi. Per una scarica di adrenalina breve ma intensa, questo basta e avanza.

Immagine di copertina: Netflix

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Scrivo di tecnologia come se fosse cinema – e di cinema come se fosse la vita reale. Tra bit e blockbuster, cerco le storie che sanno emozionare, non solo far cliccare. E sì – a volte ascolto le colonne sonore più forte di quanto dovrei.


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