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Unsplash / Ramsés Cervantes
Opinione

Smettila di venerare marchi e design, sei vittima del consumismo!

Reto Hunziker
7/4/2026
Traduzione: Sanela Dragulovic

Perché alcuni prodotti generano tanto entusiasmo? Non capisco affatto perché spendete tanto solo per sentirvi parte del gruppo.

Per te è importante avere mobili di design? Uno smartphone Android non è per te un'opzione per motivi estetici? Se te lo potessi permettere, avresti già da tempo una borsa Louis Vuitton?

Se hai risposto «sì» anche a solo una di queste domande, probabilmente non ti piacerà ciò di cui mi appresto a parlare nelle righe successive. Trigger warning, fan del lusso: ora si entra in zona scomoda.

Basta con tutta questa ossessione per i brand: spesso è solo apparenza senza vero valore.

Ovviamente non sto dicendo che si debba comprare robaccia di scarsa qualità su Temu, Shein e simili. La qualità ha il suo prezzo. Ma spendere per un oggetto di design o un articolo di marca una cifra molto superiore a quella che si pagherebbe per un prodotto equivalente mi sembra una follia. Soprattutto quando, dal punto di vista della funzionalità, è allo stesso livello e adempie egregiamente al suo scopo.

Consumismo senza senso

Tutta questa storia del prestigio non è altro che uno schema piramidale alimentato dalla pressione sociale: qualcuno ha iniziato a considerarsi superiore e migliore esaltando un oggetto o un capo d'abbigliamento fino a renderlo speciale. E poiché nessuno ha voluto esporsi al rischio di dire a quella persona che ciò fosse una totale sciocchezza, forse per paura di essere escluso, tutti lo hanno seguito. E in un batter d'occhio ne è nato un trend.

Mi viene in mente un esempio degli anni '90: alle scuole medie praticamente tutti possedevano uno zaino Invicta. Quello era lo zaino che tutti volevano avere. Chi non l'aveva, era fuori dal giro. Ma cosa aveva di così speciale? Nulla, a parte la scritta «Invicta» a grandi lettere. Aveva qualcosa in più rispetto a un altro zaino? Per quanto ne so, no. Ma guai a non averne uno.

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Zaino

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30 l

Un tempo la scritta Invicta era molto più grande e lo zaino avevo il design del classico zaino scolastico.

Questo episodio innocuo dimostra che sono cresciuto in un'epoca in cui non si dava ancora così tanta importanza ai vestiti di marca. In seguito sono arrivati i jeans Levi's, le scarpe da ginnastica Adidas, gli orologi Casio, le Air Jordan, le magliette Lacoste, gli occhiali Ray-Ban, Tommy Hilfiger, Calvin Klein, Dr. Martens, Fila, Timberland, iPhone, Ugg, Ed Hardy, Crocs, Vans e Beats by Dre. Per citarne alcuni. E la situazione è andata peggiorando.

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Pagare per una cosa del genere? Ma anche no!

Design o non design, questo è il dilemma

Ciò che conta non sono gli attributi comparabili, bensì il nome, l'immagine e il prestigio. Roba carica di significato che non si riflette in nessun altro aspetto se non nel prezzo. Ci rendiamo conto che deve trattarsi di qualcosa di molto più ampio della semplice funzionalità e ci troviamo proprio nel limbo tra realtà e apparenza. O meglio, tra avere e non avere. E chi possiede quell'oggetto di design, i vestiti di marca, l'ultimo modello di iPhone, è considerato cool e migliore.

Capsici? È come tornare nel cortile della scuola. È una questione di identità e di distinzione sociale. Purtroppo questa dinamica continua anche dopo la scuola e porta sempre più giovani adulti a indebitarsi. Che follia!

Negli adulti più grandi, alla mania per i marchi si aggiunge spesso anche la mania per il design: certo, una sedia Eames è bella e comoda. Ma perché pagarla molto di più rispetto a una sedia qualsiasi, che è altrettanto carina e comoda?

Solo il cuscino per la sedia è già troppo costoso.

Cosa c'è di male nei mobili Ikea? Per me sono l'incarnazione della funzionalità e, da profano in materia di design, li trovo ben progettati.

È interessante che Ikea rappresenti una sorta di contro-tendenza al gusto di massa: quando tutti hanno i suoi mobili, diventa improvvisamente «non cool», almeno per chi cerca la raffinatezza. Ma succederebbe lo stesso con Gucci se diventasse universale?

Non prendiamoci in giro: si tratta di «appartenere» e di distinguersi dalla «massa». Ecco perché invidiamo le Kardashian, i Beckham o altri nepo baby (o figli di papà). Siamo convinti che abbiano quel qualcosa in più rispetto a noi. Di conseguenza compriamo le stesse cose che hanno loro, le star di Hollywood, i calciatori professionisti e gli influencer (i Rolex sono però spesso fuori portata). Una forma di pressione di gruppo del tipo «fake it till you make it».

È come nell'arte: «Wow, questa installazione è così all'avanguardia! Non capisco cosa voglia dire, ma se non lo capisco, deve essere per forza eccezionale». Oppure: «Un finale interessante in questo film d'arte. Non ci ho capito molto, quindi deve essere geniale!».

Il lusso dell'essere normali

In questo modo creiamo un'aura di esclusività e lusso che nessuno osa infrangere. Altrimenti si rischierebbe di passare per una persona priva di gusto o di sensibilità per la «bellezza».

Io mi oppongo. Indosso anche vestiti di C&A e scarpe di Dosenbach, in ogni stanza ho mobili Ikea e un cellulare Android che era già obsoleto quando l'ho comprato di seconda mano. E no, questi oggetti non finiscono nella spazzatura già dopo un anno. Perché ne ho cura e non mi dà fastidio se il mio telefono non è super veloce o se la maglietta nera con il tempo si è scolorita.

Non lo faccio per ripicca e nemmeno per convinzione (almeno credo). Ma semplicemente perché mi basta così e funziona tutto comunque. Non sono disposto a pagare una fortuna per una qualsiasi «aura», solo per sembrare più speciale di quanto non sia.

È proprio questo che vorrei dire a chi si lascia influenzare da brand e design: non ti serve nulla di tutto ciò per avere valore, vali molto anche senza.

Quale hype su quale marchio o prodotto non riesci proprio a comprendere?

Immagine di copertina: Unsplash / Ramsés Cervantes

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Giornalista freelance, responsabile della comunicazione e scrittore versatile. Mi piace muovermi sul confine sottile tra il nonsenso e la rilevanza sociale.


Opinione

Questa è un'opinione soggettiva della redazione. Non riflette necessariamente quella dell'azienda.

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