
Recensione
"Project Hail Mary" è il miglior film dell'anno per me.
di Luca Fontana

Il biopic su Michael Jackson di Antoine Fuqua è grande cinema, pieno di forza ed emozione – e controllato dall'Estate o asse ereditario dell'uomo di cui racconta. E si nota.
Niente paura: la recensione che segue non contiene spoiler. Non rivelo nulla che non sia già noto o visibile nei trailer. «Michael» esce al cinema il 22 aprile, come prima parte di un dittico annunciato.
Oddio. C'era una persona meno adatta di me in sala per giudicare «Michael» in modo oggettivo? Probabilmente no.
Già alle prime note di «I Want You Back» dei Jackson Five facevo fatica a tener ferme le labbra. I piedi tambureggiavano. La testa seguiva il ritmo. E al più tardi durante la leggendaria esibizione di Michael Jackson con «Billie Jean» alle celebrazioni per i 25 anni della Motown nel 1983, la notte in cui il mondo vide per la prima volta il moonwalk, per un istante ho smesso di essere un critico cinematografico.
Ero di nuovo il bambino che ama questa musica da quando ha memoria.
Devi sapere che Michael Jackson è stato uno dei miei primi idoli. Molto prima che si sapesse di scandali, accuse o «Neverland». C'era solo la musica, i movimenti, lo spettacolo. E lui d'altronde si è sempre presentato così: come un eterno bambino, una figura da fiaba, qualcuno da amare, ammirare e adorare senza dover mai mettere nulla in discussione. Io infatti non l'ho mai fatto. Avevo otto anni.
Per molto tempo ho preferito non guardare troppo da vicino ciò che è venuto dopo. Non è una giustificazione, ma spiega perché, uscendo dal cinema, io abbia provato due sensazioni opposte: entusiasmo sincero e un sottile e persistente senso di fastidio. «Michael» di Antoine Fuqua ti trascina via, senza dubbio. Ma è proprio questo il punto.
Parliamo anzitutto del mestiere, perché qui il film l'applauso se lo merita senza riserve. Infatti, «Michael» è finalmente un film che non si vergogna di esserlo. L'immagine è granulosa, i contrasti profondi. E i colori! Pieni, vivi e privi di quella sterilità digitale che un decennio di streaming e oltre quindici anni di Marvel ci hanno venduto come standard cinematografico.

Non c'è da stupirsi: Antoine Fuqua, noto soprattutto per «Training Day», non è solo un professionista nel suo campo, ma anche un regista dallo stile inconfondibile. Uno che, anche all'interno del grande sistema degli studios, sa come rendere il cinema qualcosa di fisico. Ed ecco che, in particolare, le sequenze sul palco esercitano un fascino indescrivibile: montaggio, movimenti di macchina e composizione dell'inquadratura lavorano all'unisono. Tutto è al posto giusto.
E la musica? Dai, è Michael Jackson. Funziona per definizione.
Ma Fuqua non si limita a una buona regia, capisce anche un'altra cosa fondamentale: un film su Michael Jackson deve raccontare lo spettacolo e la potenza quasi irrazionale che scatta quando un singolo individuo sale su un palco e migliaia di persone perdono la testa collettivamente.
Così me ne sto lì, al cinema, e per due ore dimentico che fuori è il 2026. Qui in sala Michael Jackson ha poco più di vent'anni, è all'apice della sua forma, e non c'è un solo motivo per dubitare che sarebbe diventato la più grande pop star che questo mondo abbia mai visto.
Tutto questo funziona perché al centro di tutto c'è qualcuno a cui riesco a credere: Jaafar Jackson, nipote di Michael e qui al suo debutto. E sì, è un'assoluta rivelazione. Perché quella che offre non è una semplice imitazione di Michael Jackson, ma qualcosa di più raro e difficile: un'incarnazione.
Voglio dire: quel linguaggio del corpo, quel portamento, il modo in cui Jaafar calca il palcoscenico... Tutto è cosi dannatamente preciso da sembrare, a tratti, quasi spettrale. È come se un giovane e rivitalizzato Michael Jackson fosse tornato dal regno dei morti per mettere in piedi, ancora una volta, lo spettacolo più grande del mondo. Che canti, balli o rimanga fermo e in silenzio: io gli credo. Totalmente.

Questa prova attoriale è tanto più impressionante perché il film le costruisce intorno una base solida. Quello che al film, sul piano narrativo, riesce sorprendentemente bene è il ritratto di Joseph Jackson, il padre di Michael. Colman Domingo non lo interpreta solo come un cattivo caricaturale, ma come un tiranno freddo e controllato: un ex operaio siderurgico che vede nei propri figli ciò che lui stesso non ha mai potuto diventare e per cui nessun prezzo è troppo alto. Tantomeno quello pagato dai suoi figli.
In questo modo «Michael» prepara il terreno psicologico per tutto ciò che verrà dopo. Un bambino che diventa una star mondiale prima ancora di compiere dieci anni. Una fama che lo condanna alla solitudine, perché non gli è permesso avere amici, né un'infanzia, né uno spazio sicuro. Al contrario, viene addestrato con il pugno di ferro da un padre che non conosce la tenerezza, e idolatrato da un pubblico che non può sostituire la vera vicinanza.

Non sorprendono quindi la fuga successiva nel mondo dell'infanzia e il tentativo di recuperare ciò che non ha mai avuto. Il film lo racconta. Racconta come da tutto questo possa emergere un uomo che si costruisce un ranch gigantesco che chiama «Neverland» per non dover mai crescere, e che più in là arriva perfino ad ammettere di non vedere nulla di sbagliato nel condividere il letto con dei bambini. Questo è l'atto di onestà più grande che «Michael» osa compiere.
Solo che… «Michael» tutto questo non lo mostra. E questo è un problema.
«Michael», primo capitolo di un dittico pianificato, come confermato solo pochi mesi fa, si interrompe più o meno nel 1988, cioè nel momento di massimo splendore morale della carriera di Jackson. Prima degli scandali, prima di «Neverland», prima delle accuse e di tutto ciò che a partire dal 1993 avrebbe incrinato in modo permanente la sua immagine.
Non voglio emettere giudizi qui, né su Jackson né su chi lo ha accusato. Non è questo lo scopo di una recensione cinematografica, e nemmeno il mio. Quello che posso dire però è: un biopic che pretende di raccontare una persona nella sua interezza deve anche saper reggere ciò che fa male, e non tagliare la storia proprio quando diventa scomoda.
Che un biopic non debba fare sconti al suo protagonista, lo hanno dimostrato altri di recente. In «Better Man», Robbie Williams si è fatto ritrarre come uno scimpanzé in CGI, approvando un film che lo descrive come un megalomane, un tossicodipendente e un assoluto disastro emotivo. Elton John, dal canto suo, ha ritenuto che la prima versione di «Rocketman» fosse addirittura fin troppo edulcorata e ha insistito per delle riprese aggiuntive, sostenendo che le sue escursioni nella droga fossero state rappresentate in modo più innocuo di quanto fossero state in realtà.
Entrambi sono stati celebrati dalla critica. «Better Man», però, è stato un fiasco al botteghino. Ingiustamente. Se l'idea della scimmia in CGI ti frena: il film guardalo comunque. Merita di essere visto. Davvero.
«Michael», al contrario, vivrà senza dubbio l'opposto: sale piene, fan entusiasti e milioni al botteghino. Forse miliardi. Questo dice più su di noi che sul film, me compreso. Andrò a vedere «Michael» al cinema anche una seconda volta. Certo che lo farò.
Ma saprò anche cosa sto guardando: un film che pone Michael Jackson su un piedistallo morale altissimo, mentre compra giocattoli per i bambini, li visita in ospedale, definisce i suoi fan una «famiglia» e vuole portare al mondo «la sua luce». In questo contesto, trova in Joseph Jackson un antagonista perfetto che spiega opportunamente tutto ciò di cui Michael sarebbe stato accusato in seguito. E nel farlo, lo assolve quasi impercettibilmente da ogni colpa e responsabilità.
Perché, nel peggiore dei casi, Jackson ha abusato di minori. Nel migliore, si è comunque comportato in modo del tutto inappropriato con i bambini. Pur con tutta la comprensione per la sua infanzia e per le buone intenzioni dietro il suo lavoro umanitario da record, tutto questo non si può semplicemente cancellare con le parole.
Il film, invece… beh, su questo tace.
Il quadro sorprende meno se si sa chi ha prodotto il film. «Michael» è una coproduzione del suo Estate, nello specifico di John Branca, storico avvocato di Jackson e oggi esecutore testamentario, e di Prince Jackson, figlio di Michael, come produttore esecutivo. E chi gestisce il patrimonio di un artista ha un interesse vitale nel modo in cui quell'artista verrà ricordato.

Secondo un reportage di Variety, la sceneggiatura originale includeva effettivamente un terzo atto che affrontava le accuse di abuso del 1993. Dal punto di vista di Jackson, ovviamente. Questo atto è stato però tagliato per circa quindici milioni di dollari, pagati dall'Estate stesso, dopo che i responsabili si sono accorti di una clausola giuridica nell'accordo del 1993 che vieta una rappresentazione cinematografica del querelante di allora.
Come sia possibile che una cosa del genere sia emersa solo dopo mesi di riprese, per me resta un mistero. Quello che questo significa per il film finale è chiaro: si interrompe, per l'appunto, in modo piuttosto brusco, proprio nel 1988, all'apice della carriera di Jackson. Naturalmente con l'indicazione che la storia continua. Prima o poi. Si spera.

La spiegazione ufficiale, invece, è che si avesse semplicemente troppo buon materiale per comprimere tutto in un unico film. Il fatto che proprio quel terzo atto, tagliato per quindici milioni di dollari, debba ora essere riproposto in forma attenuata come seconda parte, dà a questa versione un retrogusto piuttosto singolare. Il mio sospetto è un altro, ma ognuno è libero di farsi la propria idea.
Certo, si potrebbe obiettare: «Luca, il film finisce nel 1988. Cosa ti aspettavi? Un biopic sull'ascesa può benissimo concludersi al suo apice. Non è un'operazione di pulizia dell'immagine, è drammaturgia». L'obiezione è legittima, ma presuppone che la seconda parte colmi davvero questo vuoto e abbia il coraggio di affrontare ciò che questo primo capitolo ha preparato con tanta cura. Io me lo auguro, ma non credo che accadrà.
Non se nel frattempo è in corso una causa civile contro l'Estate di Jackson che, ancora una volta, riguarda accuse di abuso.
«Michael» è un film che sa esattamente cosa vuole fare: trascinare, entusiasmare, sedurre. E lo fa davvero, con una qualità tecnica che non posso né voglio minimizzare. Jaafar Jackson è una rivelazione. Antoine Fuqua un fuoriclasse. E la musica di Michael Jackson è stata, è e resterà un fenomeno senza pari.
Ma un biopic non dovrebbe essere un concerto su richiesta. Porta in sé l'ambizione di raccontare una persona nella sua interezza, con tutto ciò che ne fa parte. «Michael» non lo fa. Il film mostra l'ascesa, lo spettacolo, lo splendore. E in Joseph Jackson trova persino un antagonista così comodo da farci quasi dimenticare che ci sarebbe ancora molto da chiarire. Ma si ferma esattamente lì dove il terreno diventa scivoloso.
Forse la seconda parte darà le risposte. Io me lo auguro. Fino ad allora, «Michael» resta quello che è: un fan film brillante e tecnicamente impeccabile. Realizzato da persone che hanno un interesse economico evidente nel modo in cui Michael Jackson verrà ricordato. Eppure: amo questo film. Non posso farci niente. Pardon.
Scrivo di tecnologia come se fosse cinema – e di cinema come se fosse la vita reale. Tra bit e blockbuster, cerco le storie che sanno emozionare, non solo far cliccare. E sì – a volte ascolto le colonne sonore più forte di quanto dovrei.
Quali sono i film, le serie, i libri, i videogiochi o i giochi da tavolo più belli? Raccomandazioni basate su esperienze personali.
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