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Apple TV
Opinione

«Ted Lasso» è tornato – e, cavolo, ne avevo proprio bisogno

Luca Fontana
14/8/2026
Traduzione: Nerea Buttacavoli

Una nuova squadra, vecchi amici e la stessa incrollabile fiducia nel bene che c'è nelle persone: «Ted Lasso» non si reinventa in occasione dell'inizio della quarta stagione. Meno male!

Attenzione spoiler: questa recensione della quarta stagione di «Ted Lasso» tratta dettagli relativi ai primi due episodi, nonché gli avvenimenti delle tre stagioni precedenti. «Ted Lasso» va in onda ogni settimana su Apple TV+ dal 5 agosto.

La storia di come è nata la serie «Ted Lasso» sembra già di per sé uno dei suoi episodi. Jason Sudeikis ha interpretato il personaggio per la prima volta nel 2013 in uno spot pubblicitario per NBC Sports, come gag su quanto poco ne sappia un allenatore di football universitario americano del calcio inglese. Uno sketch di marketing. Nient'altro.

Sette anni dopo, da quella scenetta è nata una serie che ha debuttato su Apple TV+ nell'agosto 2020 – nel bel mezzo di una pandemia, quando tutti litigavano animatamente per capire se le mascherine e i vaccini servissero davvero a qualcosa o se rifiutarli fosse un atto di negligenza. Quasi nessun altro evento della storia recente ha diviso il mondo in modo così netto, e questa divisione lo accompagna ancora oggi.

E poi è arrivato quell'uomo con i baffetti e la scatola di biscotti, che entrava in ogni stanza come se fosse la persona più felice del mondo, semplicemente perché poteva essere lì. La tempistica è stata una coincidenza, ma l'effetto no.

«Be curious, not judgmental»

C'è una scena che, per me, ancora oggi racchiude in sé l'intera serie. Nella prima stagione, Ted gioca una partita di freccette contro Rupert, l'ex marito della sua capa Rebecca. Rupert è arrogante, sprezzante e convinto di poter far fuori facilmente quell'ingenuo americano. E Ted gli fa credere proprio questo. Finché, poco prima dell'ultimo giro, recita una citazione di Walt Whitman che da ragazzo aveva visto appesa alla parete di un bar: «Sii curioso, non giudicante».

Poi, lancio dopo lancio, colpisce proprio nel segno.

Ciò che rende questa scena così geniale non è il colpo di scena. È l'osservazione di fondo: Rupert aveva sottovalutato Ted fin dal primo istante, perché lo aveva solo giudicato, senza mai confrontarsi davvero con lui. È proprio su questo che si basa l'intera serie. Chi giudica prima di chiedere, quasi sempre si perde l'aspetto più importante di una persona.

Questo è il vero superpotere del personaggio di Ted: non vince perché è il miglior allenatore – dal punto di vista tattico, all'inizio è un disastro, come ammette apertamente la stessa serie. Vince perché è l'unica persona che continua davvero ad ascoltare, mentre gli altri hanno già espresso il loro giudizio da un pezzo.

Quando Ted Lasso è felice, lo è con tutto il corpo. E a quanto pare anche con tutto il vicinato.
Quando Ted Lasso è felice, lo è con tutto il corpo. E a quanto pare anche con tutto il vicinato.
Fonte: Apple TV

La stessa lezione, solo con mezzi diversi, viene trasmessa dal burbero Roy Kent nella seconda stagione. Quando il giovane Isaac si perde nei propri pensieri, Roy lo porta con sé al suo vecchio campo da gioco, dove la sera i ragazzini del quartiere giocano a calcio. Niente coaching, niente lavagna tattica: solo un adulto che fa riscoprire a un ragazzo cosa significa provare gioia. Il calcio, gli ricorda Roy, è in fondo un gioco da bambini. Non appena lo si dimentica, si smette di essere bravi. Eppure, sotto questa gioia, risuona sempre anche qualcos'altro: la paura di fallire, il desiderio di essere notati e il bisogno di sentirsi parte di qualcosa.

«Football is life», afferma giustamente Dani Rojas.

È proprio per questo che «Ted Lasso» piace anche a chi non sa distinguere un calcio d'angolo da un rigore. La vera storia non si svolge mai sul campo. Si svolge nella cabina, al tavolo della cucina, nell'ufficio della dottoressa Sharon, la psicologa della squadra, quando Ted ammette per la prima volta che dietro il suo sorriso perenne si nasconde un trauma profondo.

Questa è forse la decisione più coraggiosa della serie: fa crollare il proprio eroe. Ted, l'uomo più gentile del mondo, che esorta tutti gli altri a mostrarsi aperti e vulnerabili, è proprio colui che meno riesce a farlo. Il suo divorzio, suo padre, che si è tolto la vita e la cui morte ha fatto sì che Ted nutrisse per tutta la vita una rabbia furiosa, e la sua paura di trasmettere proprio questo pattern a suo figlio: tutto questo, a un certo punto, viene a galla da dietro la facciata fatta di biscotti e battute.

«Ted Lasso», quindi, non cura fingendo che il dolore non esista. La serie è terapeutica perché dimostra che è possibile affrontare il dolore con gentilezza, senza minimizzarlo. È proprio questo che intendono le persone quando dicono che questa serie sembra una terapia: all'improvviso ci si rende conto di cosa significhi quando qualcuno ti tratta senza pregiudizi, ti ascolta con rispetto anche se è in totale disaccordo con te – e cerca di guardare la questione da un'altra prospettiva, invece di giudicarla immediatamente. Qualcosa che la maggior parte di noi non vive quasi più nella vita reale, figuriamoci metterlo in pratica.

Di ritorno in Kansas, di ritorno a Londra

È proprio con questo Ted che la quarta stagione ci ricattura – solo che questa volta in un luogo completamente nuovo. Sono passati tre anni da quando Ted ha lasciato l'Inghilterra. Ora lavora come vicedirettore in un supermercato a Kansas City, avendo abbandonato da tempo la carriera di allenatore. Poi, un giorno, Rebecca, Keeley e Higgins si ritrovano davanti alla sua porta. Vogliono riportarlo a Richmond – questa volta non per la squadra maschile, ma come allenatore della squadra femminile appena costituita.

Ted esita. Suo figlio Henry e il riavvicinamento con la sua ex moglie Michelle sono stati il motivo per cui è tornato, ed è proprio questo motivo che non vuole mettere nuovamente a rischio. È proprio sua madre, tra tutti, a ricordargli con delicatezza che solo un padre realizzato può, alla fine, essere anche un padre migliore. Questa volta, quindi, Ted prende una decisione diversa rispetto all'ultima volta: non abbandona la sua famiglia, come aveva fatto quando era scappato dai suoi problemi. Questa volta Michelle e Henry si trasferiscono con lui a Londra.

Inizia così un nuovo capitolo: l'AFC Richmond, seconda divisione, nessun budget degno di nota e nemmeno uno spogliatoio tutto suo. Una squadra che deve ancora trovare la giusta intesa. Roy Kent ora allena la squadra maschile; coach Beard rimane al suo fianco per il momento e deve ancora abituarsi all'idea che Ted sia tornato. Volti familiari, quindi, ma non più tutti nello stesso posto: un soft reboot ben congegnato, che offre punti di riferimento sufficienti per gli spettatori affezionati senza limitarsi a copiare il successo del passato.

«Curiouser and Curiouser»

Il cambiamento più significativo, però, ha un nome: Alice Chilton, interpretata da Tanya Reynolds, finora assistente allenatrice della squadra femminile. Si sarebbe meritata il posto di allenatrice capo e ne era ben consapevole. Invece, le viene messo davanti Ted, senza che lei sia stata nemmeno presa in considerazione per il lavoro. Il suo primo impulso è quello di mollare tutto.

Due filosofie di allenamento, un'immagine: Ted sorride, Alice tiene le braccia incrociate. Ci vorrà ancora un po' prima che la situazione cambi.
Due filosofie di allenamento, un'immagine: Ted sorride, Alice tiene le braccia incrociate. Ci vorrà ancora un po' prima che la situazione cambi.
Fonte: Apple TV

È significativo che il secondo episodio si intitoli «Curiouser and Curiouser» – un riferimento ad «Alice nel Paese delle Meraviglie» che, al contempo, riassume perfettamente il principio alla base dell'intera serie. È proprio in questo conflitto, infatti, che emerge con chiarezza la sapienza con cui «Ted Lasso» sviluppa i propri argomenti: Alice pone a Rebecca la scomoda domanda se abbia mai preso in considerazione una donna per la posizione di capo. Rebecca deve ammettere: no. E questo nonostante abbia investito il proprio patrimonio per rendere possibile la formazione di questa squadra femminile.

Rebecca è davvero una femminista – o si sta illudendo quando crede di aver fondato la squadra femminile per convinzione, anziché solo per potersi fregiare del titolo di femminista?

Questo è il punto di forza di questo episodio. Non solo mette Rebecca di fronte alla realtà, ma anche noi spettatori, che non abbiamo mai dubitato, nemmeno per un secondo, che fosse ovviamente Ted ad aggiudicarsi il lavoro. Ma perché mai un uomo alla guida di una squadra femminile? Con quali qualifiche, oltre alla gentilezza e ai biscotti? «Ted Lasso» pone questa domanda senza fare la predica. Qui nessuno impone a nessuno quale sia la posizione corretta. Rebecca riflette, io rifletto con lei – e alla fine non rimane un giudizio morale, ma una domanda su cui ognuno deve riflettere da sé.

È proprio così che questa serie ha sempre affrontato argomenti controversi: con curiosità, senza esprimere giudizi.

Un inizio che si prende tempo

La nuova stagione non decolla proprio senza intoppi. I primi minuti sono dedicati in modo approfondito alla vita di Ted in Kansas, alla sua soddisfazione da un lato e insoddisfazione dall'altro, prima ancora che l'avventura vera e propria abbia inizio. Il ritmo è più moderato, quasi contenuto, rispetto allo slancio con cui sono iniziate le stagioni precedenti.

E in questi primi minuti mi sorprendo a opporre resistenza. Non è un po' troppo sdolcinato? Forse un po' troppo overdressed nel proprio ottimismo? Il mio cinismo si fa sentire immancabilmente non appena quei vecchi volti familiari ricompaiono sullo schermo.

Rebecca, Higgins e Keeley in Kansas: tre persone che, a quanto pare, non intendono rinunciare a riportare Ted a casa di persona.
Rebecca, Higgins e Keeley in Kansas: tre persone che, a quanto pare, non intendono rinunciare a riportare Ted a casa di persona.
Fonte: Apple TV

Eppure, nei suoi momenti migliori, «Ted Lasso» riesce comunque a colpire dritto al cuore, scavando proprio attraverso questo cinismo e mettendolo da parte. Le battute fanno ancora ridere. Il calore non sembra artificiale, ma meritato. E già dal secondo episodio, se non prima, è chiaro: questa serie non ha perso la sua capacità di guarirci. Si è semplicemente presa un po' più di tempo per ricostruirla.

È significativo che, anche dopo tutto questo tempo, la serie continui a insegnarmi cose nuove:

«Football is life? No. Life is so much more than football!».

Immagine di copertina: Apple TV

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Scrivo di tecnologia come se fosse cinema – e di cinema come se fosse la vita reale. Tra bit e blockbuster, cerco le storie che sanno emozionare, non solo far cliccare. E sì – a volte ascolto le colonne sonore più forte di quanto dovrei.


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Questa è un'opinione soggettiva della redazione. Non riflette necessariamente quella dell'azienda.

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