
«I colossi tecnologici realizzano profitti, il danno ricade sulla collettività»
Odio, deepfake, materiale pedocriminale: i danni di un internet in gran parte non regolamentato sono ormai percepibili per tutti noi. Guido Fluri, promotore dell'Iniziativa Internet, nell'intervista afferma che i colossi tecnologici devono finalmente assumersi le proprie responsabilità.
Guido Fluri sfida i colossi della tecnologia: così di recente il Blick titolava un articolo sull'uomo che in Svizzera è diventato noto come il paladino del risarcimento delle ingiustizie subite dai Verdingkinder o «bambini schiavi». In questo campo il 59enne ha già ottenuto molto, ma alla sua età non pensa affatto al pensionamento e sta attualmente promuovendo con enfasi l'«Iniziativa Internet».

Fonte: Wikimedia Commons
Guido Fluri, il Consiglio federale ha presentato un progetto di legge per la regolamentazione dei grandi fornitori di piattaforme. Lei la definisce «deludente e poco lungimirante». Che cosa dovrebbe contenere concretamente una legge efficace che questa proposta non prevede?
Una legge efficace prevede una protezione efficace dei bambini e dei giovani. Nella proposta del Consiglio federale questa protezione manca. Trovo inoltre incomprensibile che non si parli di IA generativa. Con l'IA generativa, infatti, si possono creare rapidamente deepfake che danneggiano o ingannano le persone. Senza correzioni, la proposta resterà un testo debole e privo di effetti.
Perché giunge a questa conclusione così severa?
Beh, nella proposta del Consiglio federale è prevista un'analisi dei rischi, ma senza l'obbligo di ridurli al minimo. Questo non è accettabile. Un'analisi dei rischi ha senso solo se ne derivano misure vincolanti. Non è quindi comprensibile perché nell'AP-LPCom (Avamprogetto della legge federale sulle piattaforme di comunicazione e i motori di ricerca; ndr) non sia previsto anche l'obbligo di adottare contromisure e di riferire in merito. Senza questo obbligo concreto di riduzione dei rischi, la proposta di legge non solo è debole, ma (e mi spingo oltre) si riduce a una tigre di carta.
L'iniziativa richiede che piattaforme, motori di ricerca e fornitori di IA analizzino autonomamente i rischi dei loro servizi e adottino misure per limitarli. A chi spetterebbe il controllo? E le autorità svizzere dispongono davvero dei mezzi necessari per sanzionare colossi come Meta o Google?
Su questo punto le esperte e gli esperti sono d'accordo. L'applicazione è possibile, ma solo se le aziende tecnologiche internazionali con sede all'estero sono obbligate a designare una rappresentanza legale in Svizzera. Per quanto riguarda le sanzioni, penso principalmente all'UFCOM e a possibili misure amministrative, fino ad arrivare alle restrizioni. Naturalmente, va sempre rispettato il principio di proporzionalità. Vogliamo considerare i colossi tecnologici come nostri partner.
Recentemente l'associazione «Netzcourage» ha cessato la propria attività, dichiarando di non riuscire più a fare ciò che sarebbe necessario. In che misura la chiusura dell'associazione conferma la sua iniziativa?
«Netzcourage» ha una sua storia. Ma la realtà è che la diffusione dell'odio, della violenza sessualizzata in rete o di materiale pedocriminale sta letteralmente esplodendo. Non possiamo affrontare tutto questo da soli: dobbiamo obbligare i colossi tecnologici a intervenire, perché in ultima analisi sono loro a decidere cosa passa o meno attraverso i loro canali. In questo ambito sussiste un chiaro dovere di diligenza da parte dei colossi tecnologici.
Le aziende tecnologiche dovrebbero quindi essere maggiormente chiamate a rispondere dei contenuti, in modo simile ai media tradizionali. Dove vede il confine tra responsabilità delle piattaforme e censura?
L'accusa di censura è l'argomento standard dei lobbisti tecnologici che non vogliono cambiare nulla, che privatizzano tutti i profitti e scaricano i danni sulla collettività. Lo dico chiaramente: la nostra iniziativa non ha nulla a che vedere con la censura. L'iniziativa non disciplina gli utenti delle piattaforme, bensì i fornitori che le gestiscono. Infatti: chi, attraverso la propria architettura di sistema, amplifica strutturalmente la portata dei contenuti di terzi, si assume una corresponsabilità per il loro impatto sociale. E ha quindi obblighi di diligenza. In concreto: chi crea o controlla una fonte di rischio deve adottare adeguate misure di protezione.
Soprattutto in un'epoca in cui un politico potente come Trump ha praticamente fatto della menzogna un programma?
Contro la menzogna, sia di destra che di sinistra, dobbiamo anzitutto immunizzarci come società. Servono competenze mediatiche e uno spazio mediatico integro in cui i fatti vengono verificati. Ripeto: l'iniziativa non è rivolta contro gli utenti. Chiunque può scrivere e pubblicare opinioni personali, anche se sono dure, scomode o persino errate dal punto di vista dei contenuti. Noi interveniamo sulla diffusione e sull'amplificazione algoritmica di campagne mirate, soprattutto quando prendono di mira i processi decisionali democratici, ad esempio con i deepfake. In questi casi i colossi tecnologici devono adottare contromisure.
Come valuta il fatto che, negli ultimi anni, le piattaforme abbiano praticamente abolito il controllo dei contenuti, già di per sé piuttosto limitato?
La metto così: attualmente il profitto viene prima di tutto. Eppure le piattaforme tecnologiche avrebbero tutto l'interesse a una regolamentazione in chiave liberale. Nessuna piattaforma, motore di ricerca o fornitore di IA dovrebbe avere interesse alla diffusione, attraverso le proprie infrastrutture di comunicazione, di materiale pedocriminale, pubblicità fraudolente o disinformazione mirata che mette a rischio la democrazia. L'«Iniziativa Internet», che definisce chiari limiti, può contribuire a rafforzare nuovamente la fiducia nelle piattaforme.
Il mercato non si autoregola in questo caso? Si pensi a X, l'ex Twitter, che da tempo sembra perdere un numero enorme di utenti.
Penso che questo abbia più a che fare con Elon Musk, che è diventato una figura controversa soprattutto per ambienti di sinistra. X resta comunque rilevante per il dibattito e dovremmo riflettere su ciò che vi viene diffuso. Le dimensioni di una piattaforma non dicono nulla sul suo impatto.
Lei cita nello stesso contesto la radicalizzazione dei giovani, la pornografia infantile e la disinformazione statale. Non si tratta forse di problemi molto diversi che richiedono soluzioni diverse?
Parliamo di un'iniziativa che, al massimo livello (nella Costituzione federale) formula un principio fondamentale, ovvero: «La Confederazione emana prescrizioni sulla protezione dei diritti fondamentali e dei processi decisionali democratici nello spazio digitale». Ed è proprio questo il punto. È questo ciò che ci sta a cuore. Adeguare le nostre leggi alla realtà digitale.
I deepfake generati dall'IA rendono sempre più difficile riconoscere la disinformazione. Quali misure normative sarebbero necessarie in questo ambito?
Un'idea in relazione ai deepfake pornografici è attualmente oggetto di discussione in Parlamento. Con la mozione Mahaim si intende obbligare i fornitori di applicazioni IA generativa a effettuare, prima dell'immissione sul mercato, valutazioni dei rischi e dei danni legati alla creazione di contenuti deepfake a sfondo sessuale, nonché ad adottare misure di protezione se le loro applicazioni possono generarli. Questo approccio potrebbe essere ulteriormente sviluppato.
Chi in Svizzera chiede una regolamentazione viene spesso considerato di sinistra e come qualcuno che vuole limitare la libertà delle persone. Non crede nella responsabilità individuale?
Non sono iscritto a nessun partito e mi considero una persona di orientamento liberale. Sono anche contrario alle leggi inutili. Ma ogni edificio viene collaudato prima che gli inquilini vi si trasferiscano. E quando saliamo in auto, ci allacciamo le cinture di sicurezza. La vendita di tabacco e alcol è regolamentata. Dove c'è un rischio, ci sono delle leggi. Sono un cittadino e un padre di famiglia. Vedo quali pericoli si nascondono in rete, come li vede la maggioranza delle persone. Provi a chiedere in giro. È anche per questo che la nostra iniziativa sta ricevendo così tanto sostegno. Stiamo raccogliendo firme a tempo di record. Nel comitato promotore dell'Iniziativa Internet siedono rappresentanti di tutti i partiti svizzeri: UDC, PS, Centro, PLR, Verdi e PVL. La questione di quale tipo di internet vogliamo non è una questione di destra o di sinistra.

Fonte: Iniziativa Internet
Perché la Svizzera ha bisogno di una propria iniziativa, invece di limitarsi ad adottare il diritto dell'UE?
Perché la Svizzera non fa parte dell'UE. Questa iniziativa consente di riprendere le esperienze positive e di migliorare ulteriormente gli aspetti in cui sono necessari approcci specifici.
La sua iniziativa punta ai social media e ai motori di ricerca. Ma anche piattaforme di e-commerce svizzere come Galaxus o Digitec hanno recensioni degli utenti, funzioni di commento e, sempre più spesso, offerte marketplace da parte di fornitori terzi. Vede anche lì un problema di disinformazione, ad esempio attraverso recensioni di prodotti falsificate o informazioni fuorvianti da parte dei venditori? O si tratta di un'altra categoria?
Assolutamente no. L'Iniziativa Internet richiede ai fornitori di piattaforme di comunicazione di adottare misure per proteggere la popolazione dalla criminalità informatica sulle proprie piattaforme. Si tratta in particolare di pubblicità fraudolente, con cui alcune piattaforme guadagnano miliardi. Presumo che questo non si applichi quasi per nulla a Galaxus e Digitec.
Nota sulla trasparenza: ho condotto l'intervista con Guido Fluri in forma scritta.
Giornalista dal 1997 con sedi in Franconia, sul lago di Costanza, a Obvaldo e Nidvaldo e a Zurigo. Padre di famiglia dal 2014. Esperto in organizzazione editoriale e motivazione. Focus tematico sulla sostenibilità, strumenti per l'ufficio domestico, cose belle in casa, giocattoli creativi e articoli sportivi.
Curiosità dal mondo dei prodotti, uno sguardo dietro le quinte dei produttori e ritratti di persone interessanti.
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